mercoledì 17 luglio 2013

Poesie - Marina I. Cvetaeva


(Feltrinelli 2011)


DAL CICLO "VERSI PER LA FIGLIA"

Un giorno, meravigliosa creatura,
io per te diventerò un ricordo,

là, nella tua memoria occhi-turchina
sperduto - così lontano - lontano.

Tu dimenticherai il mio profilo col naso a gobba,
e la fronte nell'apoteosi della sigaretta,

e il mio eterno riso, che tutti intriga,
e il centinaio - sulla mano operaia -

di anelli d'argento - la soffitta-cabina,
la divina sedizione delle mie carte...

E come, in un anno tremendo, innalzate dalla sventura,
tu piccola eri e io - giovane.

Novembre 1919

Una vita turbinosa, cessata bruscamente col suicidio nella Repubblica Tartara. Un particolare delle sue infinite vicissitudini mi ha spinto a proporla: a vent'anni aveva sposato Sergej Efron, editore e agente segreto, sempre in giro per il mondo e spesso in disgrazia. Erano assieme a Parigi, quando Efron fuggì dopo aver commesso un omicidio politico. La Cvetaeva fu interrogata in merito dai servizi di sicurezza francesi, ma non fu espulsa dalla Francia, benché straniera e senza status.... Scusate, ma l'associazione al caso Shalabayeva mi pungeva.
Anche la Cvetaeva era invisa all'establishment del suo paese a causa del suo essere avanguardista, rivoluzionaria e futurista; mentre era apprezzatissima negli ambienti letterari e artistici per quel suo modo nuovo di intendere la poesia, con impeto e tempestosa perfezione. Merito della madre: non le insegnò la musica o la poesia, ma a sentirne la necessità.
Costretta per tutta la vita a vagare per l'Europa, dopo la sua morte fu tenuta al bando per altri vent'anni. Oggi è universalmente considerata una delle voci più grandi della poesia russa.


Marina Ivanovna Cvetaeva (Mosca 1892 - Elabuga 1941)



lunedì 1 luglio 2013

Tempo di uccidere - Ennio Flaiano


(1947 - Premio Strega)

Perché non capivo quella gente? Erano tristi animali, invecchiati in una terra senza uscita, erano grandi camminatori, grandi conoscitori di scorciatoie, forse saggi, ma antichi e incolti. Nessuno di loro si faceva la barba ascoltando le prime notizie, né le loro colazioni erano rese più eccitanti dai fogli ancora freschi di inchiostro. Potevano vivere conoscendo soltanto cento parole. Da una parte il Bello e il Buono, dall'altra il Brutto e il Cattivo. Avevano dimenticato tutto delle loro epoche splendide e soltanto una fede superstiziosa dava alle loro anime ormai elementari la forza di resistere in un mondo pieno di sorprese. 
Nei miei occhi c'erano duemila anni in più e lei lo sentiva.

Campagna di Etiopia, 1935 e dintorni, drammatico e avvilente flop espansionistico. Il protagonista, non identificato, è un tenente italiano di stanza nella sabbia, lontano dalla propaganda fascista, circondato da apatici e annoiati commilitoni, e altrettanto apatici e indolenti indigeni. Da un banale mal di denti prende il via una serie di imprevedibili e concatenate disavventure, tutte dovute all'incapacità un po' paranoica del tenente di interpretare la mentalità di chiunque, militari, indigeni e animali, fraintendendo minacce, solidarietà, atteggiamenti, semplici sguardi e soprattutto parole. Come dirà alla fine il sottotenente, quale fu la prima drammatica circostanza? E chi lo sa. Comunque sia andata, questo romanzo (l'unico scritto da Flaiano, che preferiva i racconti) non solo è avvincente ed emozionante, ma è pure illuminante e ideologicamente istruttivo sull'idiozia delle guerre.


Ennio Flaiano (Pescara 1910-1972)