venerdì 22 febbraio 2013

Canti Orfici - Dino Campana


Canti Orfici - 1913



L’invetriata

La sera fumosa d’estate
Dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra
E mi lascia nel cuore un suggello ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada? – c’è
Nella stanza un odor di putredine: c’è
Nella stanza una piaga rossa languente.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c’è
Nel cuore della sera c’è,
Sempre una piaga rossa languente.

Quando la poesia diventa arte in tutti suoi aspetti. Poeta-musico come Orfeo, visionario come Baudelaire, matto come Antonio Ligabue, Dino Campana ha vissuto la parte peggiore della sua vita dalle mie parti, dov'è nato, ha studiato ed è stato internato. Posti che ha odiato, e dai quali ha disperatamente cercato di fuggire, e nei quali è sempre stato costretto a tornare con orrore. Ma la sua poesia, originale e straziante, è sempre stata altrove.


Dino Campana (Marradi 1885-1932)


L'attribuzione a Campana di questa seconda celeberrima foto è stata di recente messa in discussione, nonostante l'assoluta verosimiglianza. 

domenica 17 febbraio 2013

Poesie - William Butler Yeats












THE LAKE ISLE OF INNISFREE

I will arise and go now, and go to Innisfree,
And a small cabin build there, of clay and wattles made:
Nine bean-rows will I have there, a hive for the honeybee,
And live alone in the bee-loud glade.
And I shall have some peace there, for peace comes dropping slow,
Dropping from the wheels of the morning to where the cricket sings;
There midnight’s all a glimmer, and noon a purple glow,
And evening full of the linnet’s wings.
I will arise and go now, for always night and day
I hear lake water lapping with low sounds by the shore;
While I stand on the roadway, or on the pavement grey,
I hear it in the deep heart’s core.



L'ISOLA DEL LAGO DI INNISFREE 

Io voglio alzarmi ora, e voglio andare, andare ad Innisfree 
E costruire là una capannuccia fatta d’argilla e vimini: 
nove filari e fave voglio averci, e un’alveare, 
e vivere da solo nella radura dove ronza l’ape. 
E un po’ di pace avrò, chè pace viene lenta 
Fluendo stilla a stilla dai veli del mattino, dove i grilli cantano; 
e mezzanotte è tutta un luccicare, ed il meriggio brilla 
come di porpora, e l’ali dei fanelli ricolmano la sera. 
Io voglio alzarmi ora, e voglio andare, perché la notte e il giorno 
Odo l’acqua del lago sciabordare presso la riva di un suono lieve; 
e mentre mi soffermo per la strada, sui marciapiedi grigi, 
nell’intimo del cuore ecco la sento.


A differenza della nostra Isola che non c'è, Innisfree esiste veramente. E' un'isola disabitata nel Lough Gill, nei pressi di Sligo, Irlanda. L'autore c'era stato da giovanissimo, per osservare gli uccelli ed ascoltare le storie dei barcaioli.  
Anni dopo, Yeats, trasferitosi a a Londra, sta camminando lungo i grigi e chiassosi marciapiedi di Fleet Street quando improvvisamente viene colpito dal suono di una fontana: il gorgoglio dell'acqua gli riporta  alla mente  il dolce sciabordare del Lough Gill, e viene travolto dal desiderio di correre a rifugiarsi là, in quell'isola che contrasta terribilmente con la città caotica in cui vive. La poesia "Lake Isle of Innisfree", a differenza di molte altre scritte nello stesso periodo,  non contiene riferimenti al misticismo e all'occulto tanto cari a Yeats: rappresenta il sogno di una vita ideale, un'utopia forse, ma così consolatoria! E alzi la mano chi non ha mai spalancato gli occhi sullo stesso sogno. 




"Voi che vorreste giudicarmi, non giudicate da questo o quel libro, venite in questo luogo dove sono appesi i ritratti dei miei amici e guardateli: la storia d'Irlanda è dipinta nei loro lineamenti; pensate dove la gloria umana inizia e finisce, e dite che la mia gloria fu avere simili amici."

William Butler Yeats (Ireland 1865-1939)



 the island of Innisfree on Lough Gill in County Sligo, Ireland




 Ben Bulben, Co.Sligo, Ireland

martedì 12 febbraio 2013

Anna Karenina - Lev Tolstoj



(Анна Каренина - 1877)


"Questo deve essere Vrònskij", pensò Lévin e, per convincersene, diede un'occhiata a Kitty. Ella aveva fatto in tempo a guardar Vrònskij e s'era voltata a guardare Lévin. E da questo solo sguardo dei suoi occhi involontariamente illuminatisi Lévin capì che ella amava quell'uomo, lo capì con altrettanta sicurezza che se ella gliel'avesse detto a parole. Ma che uomo era mai?


Romanzone epocale e comunque straordinario. E' stato giudicato capolavoro del realismo, ma anche emblema frivolo dell'alta società. Su tutte le vicende narrate (in mille pagine) prevalgono due coppie: Anna e Vronskij, Kitty e Levin, le cui sorti dipendono dall'aperto contrasto tra due morali opposte. Anna e Vronskij non possono raggiungere la piena felicità, che si meriterebbero, a causa della colpa connessa alla loro passione. Kitty e Levin, invece, nelle loro rassegnate rinunce, se non proprio la felicità, troveranno invece un amore semplice e sereno, privo di passione ma rassicurante.
A voi la scelta, che divide generazioni di lettori, e anche molte filosofie di vita.


Lev Nikolàevič Tolstòj ( Russia 1828-1910)


venerdì 1 febbraio 2013

Mistero in Blu - Carlo Lucarelli


(1999)

"Sono storie di donne e uomini, di persone e non di personaggi. Sono storie che bisogna raccontare e continuare a raccontare, finché non si risolvono. E se gli espedienti della narrativa servono a rendere più vive le emozioni e il carattere di queste persone, tanto meglio"
Carlo Lucarelli 

Questo libro raccoglie sette casi di cronaca nera, crimini rimasti senza colpevole, o, forse, con un incolpevole. Inutile dire che il caso più coinvolgente, ora ed allora, rimane "Il caso Alinovi", ultimo di quattro delitti commessi nell'ambito del DAMS, la facoltà Discipline Arte Musica e Spettacolo dell'Università di Bologna. Ogni universitario ne rimase sconvolto, ogni bolognese se ne ricorderà per sempre. E' appunto dal "Caso Alinovi", trattato dall'autore con  la consueta maestria, che copio questo straordinario e inquietante ritratto della mia città.

Se fosse un romanzo giallo, il "caso Alinovi" non potrebbe che essere ambientato in una città così: ambigua e misteriosa. Bologna.
Se si pensa a quello che sta dentro le mura, Bologna è poco più di una cittadina di provincia, ma se la si guarda bene, Bologna è una cosa grande che va da Parma fino a Cattolica, un pezzo di regione spiaccicato lungo la via Emilia, dove la gente vive a Modena, lavora a San Lazzaro e la sera va a ballare a Rimini. Questa è una strana metropoli di duemila chilometri quadrati e due milioni di abitanti, che si allarga a macchia d'olio tra il mare e gli Appennini e non ha un vero centro ma una periferia diffusa che si chiama Ferrara, Imola, Ravenna o la riviera romagnola.
Questa città non è quello che sembra.
Questa è una città di terra, fissa al centro dell'Italia eppure, a volte, giri l'angolo di certe strade e ti trovi di fronte ad acqua e canali, all'improvviso, dove non ti aspetti di vederne, perché questa è Bologna e non è Venezia e vista così sembra un'altra cosa. Un'altra cosa, come ti sorprende fuori dai viali che la circondano, quando ti aspetti ancora di trovare altri portici e altre piazze e altri palazzi dai merli medioevali, e appare invece una piccola Tokyo di torri di vetro, di luci e di cemento.
Questa città, questa città bellissima, rossa come i tetti delle case quando ci batte sopra il sole, non è come le altre. Perché non è soltanto grande, è anche complicata. E contraddittoria.
Se la si guarda così, camminandoci dentro, Bologna sembra tutta pietra e asfalto ma se ci si va sopra con un elicottero è verde come una foresta per i cortili delle case, che da fuori non si vedono. E se ci si va sotto, sottoterra, sotto le strade, la si può attraversare tutta scivolando in barca lungo i canali coperti, o a piedi, chinandosi sotto le volte umide di antichi acquedotti sepolti. E ci sono i portici, che costeggiano quasi tutte le sue strade e sono il salotto buono della città e riparano dal sole e dalla pioggia ma non solo, perché là sotto, sotto gli archi e dietro le colonne, anche di giorno e anche di notte, quando si accendono i lampioni, le ombre sembrano più ombre, e i volti, col buio, sono neri.
Questa città non è quello che sembra. Questa città ha sempre una metà nascosta e puoi scoprirla soltanto se qualcuno te la fa vedere. Perché ci sono strade, a Bologna, che imboccate da una parte finiscono nel corso principale, tra i motorini degli studenti delle medie fermi davanti ai McDonald's, tra le biciclette della gente che attraversa per vedere le vetrine delle boutique e delle gastronomie e gli autobus che suonano per passarci in mezzo. Imboccate dall'altra, invece, non portano da nessuna parte, ma ad altre vie, sempre più piccole, sempre più strette, che piegano ad angolo e poi si perdono. E spariscono nel nulla, in questo centro antico, in questo cuore magico in cui gli opposti si incontrano e si uniscono. Freddo polare d'inverno e caldo tropicale d'estate. Comune rosso, per tanti anni, e cooperative miliardarie. Efficienza e gioia di vivere. Musei e supermercati. Sovversivi e cardinali. Tortellini e Bambini di Satana. Bologna.
C'è poi la città universitaria. Che a Bologna, come a Roma, a Napoli o a Milano, è una città nella città, una città parallela, di cui si sa poco o niente. Studenti che vanno e che vengono da tutta l'Italia, che lasciano i corsi poi li riprendono, che dormono da amici e parenti, che subaffittano, a volte in nero e senza ricevute e documenti. E' la città giusta per vivere da clandestini. In qualunque altro posto un ragazzo strano, con un accento strano, che entra ed esce di casa a tutte le ore del giorno e della notte e non si sa chi è, che cosa fa e di che vive e a volte sparisce poi torna, sarebbe stato notato da qualcuno, ma all'università no. All'università di Bologna, ma anche di Roma, di Napoli o di Milano, questo è l'identikit dello studente medio.
Questa città non è quello che sembra.
Sembra una cittadina di provincia addormentata in un sonno medioevale e invece è una piccola Los Angeles illuminata e grande come tutta una regione.


Carlo Lucarelli (1960)