domenica 24 novembre 2013

La collina di Beulah - Reginald Hill

(On Beulah Height - UK 1998)

V


Con un tempo simile, nella tempesta
Non le avrei mandate a giocare sul pendio della valle.
Le hanno trascinate fuori con la forza
Niente che io dicessi poteva trattenerle.

Con un tempo simile, nel vento forte
Non le avrei mandate a giocare sul pendio della valle.
Avrei temuto che accadesse loro qualcosa di male
Vorrei avere adesso quelle vane paure.

Con un tempo simile, nella tormenta
Non le avrei mandate a giocare sul pendio della valle.
Per paura che l'indomani morissero
Ma ora di questo non devo preoccuparmi più.

Con un tempo simile, nella tempesta
Riposano come a casa della mamma;
Non più tremende bufere a sconvolgerle
Nell'abbraccio del Signore
Riposano tranquille come a casa della mamma.


In una caldissima estate tutti gli abitanti di Dendale, nello Yorkshire,  vengono costretti ad abbandonare le loro case e a trasferirsi: il loro villaggio, addossato alla Collina di Beulah, deve essere demolito e allagato per consentire la creazione di un bacino artificiale. Viene svuotato persino il cimitero, e le casse trasportate a valle, nella vicina Danby.  In quella maledetta estate, a Dendale spariscono quattro bambine di sette anni: solo una, Betsy Allgood, viene ritrovata. Le altre, no.
Quindici anni dopo, Betsy è ormai divenuta una brava cantante, e si fa chiamare Elizabeth. Torna a Dendale per tenere un concerto, e decide, forse inopinatamente, di presentare i cinque Kindertotenlieder di Mahler, ossia i Canti dei Bambini Morti. Anzi, li traduce lei stessa in inglese dal tedesco, adattando il testo per commemorare quella tragedia ancora bruciante nei suoi compaesani, poliziotti compresi. Ma il suo ritorno coincide, purtroppo, con la sparizione di un'altra bambina.
L'inquietante brano che ho proposto è il quinto e ultimo lieder che Elizabeth intende eseguire.


Questo spettacolare romanzo è stato di recente inserito in una classifica tra i dieci migliori noir di tutti i tempi: al primo posto. I detectives sono Dalziel e Pascoe, i celeberrimi  protagonisti della serie tv inglese tratta dai libri di Reginald Hill.

Warren Clark (Andrew "Andy" Dalziel - Colin Buchanan (Peter Pascoe)



lunedì 14 ottobre 2013

Norwegian Wood (Tokio Blues) - Murakami Haruki


Norwegian Wood (ノルウェイの森, Noruwei no mori) - 1987)



"Quando l'aereo ebbe completato l'atterraggio, la scritta "Vietato Fumare" si spense e dagli altoparlanti sul soffitto cominciò a diffondersi a basso volume una musica di sottofondo. Era Norwegian Wood dei Beatles in un'annacquata versione orchestrale. E come sempre mi bastò riconoscerne la melodia per sentirmi turbato. Anzi, questa volta ne fui agitato e sconvolto come non mi era mai accaduto."


Libro strafamoso, ed equamente elogiato e criticato. Watanabe Toru sta vivendo il passaggio cruciale da adolescente ad adulto, frequenta l'università con un apparente distacco emotivo, prova sentimenti ermetici per Naoko e Midori, le due principali ragazze della sua vita; è combattuto tra un destino di integrazione e la necessità di restare se stesso. Sembra una banale storia qualunque, invece lo stile è piacevole e l'atmosfera a dir poco trascinante.
Norwegian Wood è stato il primo libro che ho letto di Murakami. Mentre mi riesce un po' difficile calarmi nelle realtà esterne che conosco poco, come quella orientale, mi è molto più facile entrare nel mondo interiore, e infatti, sotto questo aspetto, il romanzo mi ha pienamente soddisfatto. L'ho chiuso con la sensazione di aver letto qualcosa di speciale.


Murakami Haruki (Japan 1949)

martedì 3 settembre 2013

I Canti di Ossian - James Macpherson



(Poems of Ossian - Scotland 1760)
Fragments of Ancient Poetry collected in the Highlands of Scotland



Tra il 1760 e il 1765 Macpherson pubblicò questa raccolta di poemi, spacciandoli per  frammenti di antica poesia raccolti nelle montagne della Scozia e tradotti dal gaelico, e documentanti la sensibilità ingenua, ma calda e fondamentalmente fantasiosa delle popolazioni montane. Nonostante ne fosse per lo più lui stesso l'autore, il successo di pubblico fu assoluto, come pure assoluta fu l'influenza su tutta la letteratura romantica a venire. Tutta l'Europa si interessò all'Ossian: inutile elencare le correnti e i poeti che vi si ispirarono,  nomino solo Foscolo e Leopardi. 
Voce narrante è Ossian (Oisín in gaelico), leggendario poeta-guerriero figlio di Fingal (Fionn Mac Cumhaill), tra i protagonisti ricorrenti nelle leggende e ballate in lingua gaelica scozzese, irlandese e gallese. Questi sono i canti compresi nell'opera:

CATH-LODA
COMALA
CARRIC-THURA
CARTHO
OINA-MURUL
COLNA-DONA
OITHONA
CROMA
CALTHON AND COLMAL
THE WAR OF CAROS
CATHLIN OF CLUTHA
SUB-MALLA
THE WAR OF IRISH-THONA
THE SONGS OF SELMA
FINGAL
LATHMON
DAR-THULA
THE DEATH OF CUTHULLIN


Di questi poemi scelgo Darthùla. La traduzione è di Melchiorre Cesarotti, del 1763, cioè ieri. Il poema si apre con la splendida Invocazione alla luna che propongo più sotto. E' notte, e Darthula sta veleggiando verso la Scozia assieme al fidanzato Nathos e i fratelli di lui Athos e Ardan. Stanno scappando dall'Irlanda, per salvarsi da Cairbar, loro mortale nemico che ha messo gli occhi su Darthula. Ma una tempesta risospinge la nave sulle coste dell'Ulster, dove i tre fratelli vengono assaliti e uccisi da Cairbar. Quando costui fa per impossessarsi di Darthula, la ragazza si leva lo scudo svelando il petto trafitto da un dardo e cade sul suo bel Nathos, confondendo il suo sangue con quello dell'amato.

DART-THULA: A POEM (intro)
"Daughter of heaven, fair art thou! the silence of thy face is pleasant! Thou cames forth in loveliness. The stars attend thy blue course in the east. The clouds rejoice in thy presence, O moon! They brighten their dark-brown sides. Who is like thee in heaven, light of the silent night? The stars are ashamed in thy presence. They turn away their sparkling eyes. Whither dost thou retire from thy course, when the darkness of thy countenance grows? Hast thou thy hall, like Ossian? Dwellest thou in the shadow of grief? Have thy sisters fallen from heaven? Are they who rejoiced with thee, at night, no more? Yes! they have fallen, fair light! and thou dost often retire to mourn. But Thou thyself shalt fail, one night; and leave thy blue path in heaven. The stars will then lift their heads: they, who were ashamed in thy presence, will rejoice."

Figlia del ciel, sei bella; è di tua faccia
dolce il silenzio; amabile ti mostri,
e in oriente i tuoi cerulei passi
seguon le stelle; al tuo cospetto, o luna,
si rallegran le nubi, e 'l seno oscuro
riveston liete di leggiadra luce.
Chi ti pareggia, o della notte figlia,
lassù nel cielo? In faccia tua le stelle
hanno di sé vergogna, e ad altra parte 
volgono i glauchi scintillanti sguardi.
Ma dimmi, o bella luce, ove t'ascondi
lasciando il corso tuo, quando svanisce
la tua candida faccia? Hai tu, com'io
l'ampie tue sale? o ad abitar ten vai
nell'ombra del dolor? Cadder dal cielo
le tue sorelle? o più non son coloro
che nella notte s'allegravan teco?
Sì, sì, luce leggiadra, essi son spenti,
e tu spesso per piagnerli t'ascondi.
Ma verrà notte ancor, che tu, tu stessa
cadrai per sempre, e lascerai nel cielo
il tuo azzurro sentier; superbi allora
sorgeranno gli astri e in rimirarti avranno
gioja così, com'avean pria vergogna.



James Macpherson (Seumas macMhuirich or Seumas mac a' Phearsain - 
Scotland 1736-1796)


La grotta di Fingal, Isola di Staffa (Scozia) - visitata in agosto 2015


giovedì 29 agosto 2013

Macbeth - William Shakespeare


(Macbeth - UK 1606)


SEYTON: The queen, my lord, is dead.

    MACBETH:She should have died hereafter.
There would have been a time for such a word.
Tomorrow, and tomorrow, and tomorrow,
Creeps in this petty pace from day to day
To the last syllable of recorded time,
And all our yesterdays have lighted fools
The way to dusty death. Out, out, brief candle!
Life’s but a walking shadow, a poor player
That struts and frets his hour upon the stage
And then is heard no more. It is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury,
Signifying nothing.
(act V, scene V)

SEYTON: la regina, mio signore, è morta.

MACBETH: Più tardi doveva morire: nel tempo
adatto a dire una tale parola.
Domani e poi domani e poi domani,
striscia di giorno in giorno a passi corti
verso la zeta del tempo prescritto;
e tutti i nostri ieri hanno rischiarato
a degli sciocchi il sentiero polveroso
che conduce alla morte. Via, consùmati,
corta candela! la vita è soltanto
un'ombra errante, un guitto che in scena
s'agita un'ora pavoneggiandosi, e poi
tace per sempre: una storia narrata
da un idiota, colma di suoni e di furia,
senza significato.
(trad. Vittorio Gassman)


"Double, double toil and trouble
Fire burn, and cauldron bubble."

(Witches from "Macbeth" Act 4, scene 1, 10–11, etc.)

Streghe: Doppia pena e fatica doppia
brucia, fuoco, e tu pentola scoppia.



Terribile parabola del potere inteso come strumento estremo di dannazione e follia, sprezzante delle umane condizioni e svilito dalla inadeguatezza. Macbeth, a modo suo, è un debole: più succube delle ambizioni della moglie che delle proprie. Lady Macbeth, inossidabile nelle sue ossessioni diurne, è a sua volta fragile, quasi umana, da sonnambula. Inevitabile la catastrofe, fatale l'epilogo. 
Credo che Macbeth sia la tragedia preferita da ogni studente del liceo, perlomeno lo era nella mia classe, ed è con  piacere che ricordo un tentativo di rappresentazione di tanti anni fa, nella quale io facevo Banquo e anche se avrei preferito fare una delle streghe, il mio fantasma nel III atto non era male...
Aggiungo solo che, come è noto, non si può pronunciare la parola "Macbeth" a teatro, bisogna dire "la tragedia scozzese"...




Macbeth: If we should fail?
Lady Macbeth: We fail? But screw your courage to the sticking place, And we'll not fail.
--from "Macbeth" Act 1, scene 7, 59–61

Macbeth: e se dovessimo fallire?
Lady Macbeth: Fallire noi? Pianta a zero il chiodo del tuo coraggio, e non falliremo.




mercoledì 17 luglio 2013

Poesie - Marina I. Cvetaeva


(Feltrinelli 2011)


DAL CICLO "VERSI PER LA FIGLIA"

Un giorno, meravigliosa creatura,
io per te diventerò un ricordo,

là, nella tua memoria occhi-turchina
sperduto - così lontano - lontano.

Tu dimenticherai il mio profilo col naso a gobba,
e la fronte nell'apoteosi della sigaretta,

e il mio eterno riso, che tutti intriga,
e il centinaio - sulla mano operaia -

di anelli d'argento - la soffitta-cabina,
la divina sedizione delle mie carte...

E come, in un anno tremendo, innalzate dalla sventura,
tu piccola eri e io - giovane.

Novembre 1919

Una vita turbinosa, cessata bruscamente col suicidio nella Repubblica Tartara. Un particolare delle sue infinite vicissitudini mi ha spinto a proporla: a vent'anni aveva sposato Sergej Efron, editore e agente segreto, sempre in giro per il mondo e spesso in disgrazia. Erano assieme a Parigi, quando Efron fuggì dopo aver commesso un omicidio politico. La Cvetaeva fu interrogata in merito dai servizi di sicurezza francesi, ma non fu espulsa dalla Francia, benché straniera e senza status.... Scusate, ma l'associazione al caso Shalabayeva mi pungeva.
Anche la Cvetaeva era invisa all'establishment del suo paese a causa del suo essere avanguardista, rivoluzionaria e futurista; mentre era apprezzatissima negli ambienti letterari e artistici per quel suo modo nuovo di intendere la poesia, con impeto e tempestosa perfezione. Merito della madre: non le insegnò la musica o la poesia, ma a sentirne la necessità.
Costretta per tutta la vita a vagare per l'Europa, dopo la sua morte fu tenuta al bando per altri vent'anni. Oggi è universalmente considerata una delle voci più grandi della poesia russa.


Marina Ivanovna Cvetaeva (Mosca 1892 - Elabuga 1941)



lunedì 1 luglio 2013

Tempo di uccidere - Ennio Flaiano


(1947 - Premio Strega)

Perché non capivo quella gente? Erano tristi animali, invecchiati in una terra senza uscita, erano grandi camminatori, grandi conoscitori di scorciatoie, forse saggi, ma antichi e incolti. Nessuno di loro si faceva la barba ascoltando le prime notizie, né le loro colazioni erano rese più eccitanti dai fogli ancora freschi di inchiostro. Potevano vivere conoscendo soltanto cento parole. Da una parte il Bello e il Buono, dall'altra il Brutto e il Cattivo. Avevano dimenticato tutto delle loro epoche splendide e soltanto una fede superstiziosa dava alle loro anime ormai elementari la forza di resistere in un mondo pieno di sorprese. 
Nei miei occhi c'erano duemila anni in più e lei lo sentiva.

Campagna di Etiopia, 1935 e dintorni, drammatico e avvilente flop espansionistico. Il protagonista, non identificato, è un tenente italiano di stanza nella sabbia, lontano dalla propaganda fascista, circondato da apatici e annoiati commilitoni, e altrettanto apatici e indolenti indigeni. Da un banale mal di denti prende il via una serie di imprevedibili e concatenate disavventure, tutte dovute all'incapacità un po' paranoica del tenente di interpretare la mentalità di chiunque, militari, indigeni e animali, fraintendendo minacce, solidarietà, atteggiamenti, semplici sguardi e soprattutto parole. Come dirà alla fine il sottotenente, quale fu la prima drammatica circostanza? E chi lo sa. Comunque sia andata, questo romanzo (l'unico scritto da Flaiano, che preferiva i racconti) non solo è avvincente ed emozionante, ma è pure illuminante e ideologicamente istruttivo sull'idiozia delle guerre.


Ennio Flaiano (Pescara 1910-1972)

giovedì 13 giugno 2013

Il circolo dei contastorie - Jean-Claude Carrière


(Le cercle des menteurs - Francia 1998)
Storie, storielle e leggende filosofiche del mondo intero

Questo libro fa di tutto per non attrarre: brutto titolo, pessima copertina. Lo trovi soltanto se ti casca addosso, magari scontato, magari usato: allora te lo pigli come consolazione per non aver trovato altro e a casa lo butti da qualche parte, e te ne scordi. Poi magari succede che una sera non hai nulla da leggere, lo trovi e... magia! Mille e una storia, splendide, divertenti, alcune indimenticabili, nonostante i mille e un errore di tipografia. Leggerlo una volta non basta, perché il piacere della scoperta momentanea spesso supera il ragionamento. Il titolo originale, come sempre, è più indicativo: Il cerchio dei fanfaroni, ossia di quelli che del narrare fole ne hanno fatto un'arte. E' un libro ideale da portarsi in vacanza: le storie durano da cinque righe a cinque pagine. Una la "conto" io, è una storia armena e racconta il viaggio di un uomo d'intelligenza non tanto sveglia. 

 LA MORTE DI UN CRETINO

Un poveraccio, che lavorava inutilmente, decise di andare a lamentarsi della sua sorte con Dio. Si mise in viaggio e incontrò un lupo, che gli chiese dove andasse.“Vado a lamentarmi con Dio”, disse l’uomo, “Si è mostrato molto ingiusto nei miei confronti”.
“Me lo faresti un favore?”, gli chiese il lupo. “Da mattina a sera, e pure di notte, corro dappertutto per procurarmi da mangiare. Chiedi a Dio: perché hai creato il lupo, se poi lo lasci crepare di fame?” Dopo aver promesso di fare quella domanda, l’uomo si rimise in cammino. Poco dopo incontrò una ragazza carina, che gli chiese quale fosse lo scopo del suo viaggio. Glielo disse.
“Ti prego”, disse lei, “se vedi Dio, parlagli di me. Digli che in questo mondo hai incontrato una ragazza carina, dolce, bella, ricca, in ottima salute e tuttavia infelice. Che devo fare per ottenere la felicità?”.
“Gli farò questa domanda”, disse il povero.
Poco più lontano si fermò ai piedi di un albero, per riposarsi. Benché piantato in una terra buona, questo albero era tutto rinsecchito, quasi privo di foglie. Interrogò l’uomo e gli disse:
“Se vuoi, potresti parlare di me a Dio? Digli che del mio destino non capisco niente. Come vedi, questa terra è fertile, eppure sia d’inverno che d’estate i miei rami sono spogli. Che devo fare per avere, come glia altri alberi, foglie verdi e frutti?”.
L’uomo promise all’albero che avrebbe parlato a Dio. E seguitò il suo viaggio. Dopo un lungo cammino e peripezie rimaste ignote, giunse davanti a Dio, lo salutò e gli presentò la sua supplica.
“Tratti tutti gli uomini alla stessa stregua”, gli disse. “Ma guarda me: lavoro giorno e notte con tutte le mie forze, mi privo di tutto e conduco una vita disgraziata. Conosco gente che lavora molto meno di me e fa una vita piacevole. Sai dirmi dov’è l’uguaglianza, dove la giustizia?”:
“Ti offro un’occasione”, gli rispose Dio. “Sappila cogliere, e diventerai ricco e felice. Va', torna a casa!”.
Prima di congedarsi, l’uomo espose il caso del lupo, della ragazza e del misero albero. Dio gli diede le risposte necessarie e l’uomo ripartì.
Sulla strada del ritorno, incontrò l’albero e gli disse: “Dio mi ha rivelato che un gran mucchio d’oro è nascosto sotto le tue radici. Ecco perché non puoi crescere. Una volta portato via l’oro, ti verranno i rami verdi”.
“Splendido!”, esclamò l’albero. “Presto! Scava fra le radici e prenditi l’oro!”.
“No, no, non posso. Dio mi ha offerto una possibilità. Devo tornare a casa e approfittarne!”.
L’uomo riprese il cammino. Incontrò la ragazza insoddisfatta che gli chiese: “Allora, che ti ha detto Dio?”.
“Mi ha detto che per conoscere la felicità, devi incontrare uno che ti sposi per condividere gioie e dolori con te”.
“Sposami!”, gli disse la ragazza. “Sposa me e così saremo felici insieme!”.
“Non posso, non ho tempo! Dio mi ha dato una possibilità e devo tornare a casa per approfittarne! Addio! Cercati un altro sposo!”.
E se ne andò. Un po’ più lontano, incontrò il lupo affamato che gli chiese: “Allora, hai parlato di me a Dio?”.
“Lascia innanzitutto che ti dica cosa mi è accaduto”, rispose l’uomo. “Ho incontrato una ragazza infelice e le ho dato la risposta di Dio: deve trovarsi un marito. Ho incontrato un albero spoglio, al quale Dio manda a dire: un mucchio d’oro blocca le tue radici. La ragazza voleva sposarmi, l’albero voleva farmi scavare perché portassi via l’oro ma io, sia ben chiaro, ho detto no! Dio mi ha offerto una possibilità, così ha detto, e adesso devo tornare a casa per approfittarne!”.
“E io?”, chiese il lupo. “Dio non ti ha dato la soluzione per il mio problema? Rispondimi prima di andartene!”.
“Si”, disse l’uomo. “Ecco cosa ha risposto Dio: il lupo andrà vagando sulla terra fino a quando non incontrerà un cretino che potrà placargli la fame”.
“E dove vuoi che lo trovi uno più cretino di te?”.
Si avventò sull'uomo e lo divorò.

venerdì 24 maggio 2013

La voce a te dovuta - Pedro Salinas



(La voz a ti debida - 1933)


Tú vives siempre en tus actos.
Con la punta de tus dedos
pulsas el mundo, le arrancas
auroras, triunfos, colores,
alegrías: es tu música.
La vida es lo que tú tocas.

De tus ojos, sólo de ellos,
sale la luz que te guía
los pasos. Andas
por lo que ves. Nada más.

Y si una duda te hace
señas a diez mil kilómetros,
lo dejas todo, te arrojas
sobre proas, sobre alas,
estás ya allí; con los besos,
con los dientes la desgarras:
ya no es duda.
Tú nunca puedes dudar.

Porque has vuelto los misterios
del revés. Y tus enigmas,
lo que nunca entenderás,
son esas cosas tan claras:
la arena donde te tiendes,
la marcha de tu reloj
y el tierno cuerpo rosado
que te encuentras en tu espejo
cada día al despertar,
y es el tuyo. Los prodigios
que están descifrados ya.

Y nunca te equivocaste,
más que una vez, una noche
que te encaprichó una sombra
-la única que te ha gustado-.
Una sombra parecía.
Y la quisiste abrazar.
Y era yo. 

Tu vivi sempre nei tuoi atti.
Con la punta delle dita
sfiori il mondo, gli strappi
aurore, trionfi, colori,
allegrie: è la tua musica.
La vita è ciò che suoni.
Dai tuoi occhi solamente
emana la luce che guida
i tuoi passi. Cammini
fra ciò che vedi. Soltanto.
E se un dubbio ti fa cenno
a diecimila chilometri,
abbandoni tutto, ti lanci
su prore, su ali,
sei subito lì; con i baci,
coi denti lo laceri:
non è più dubbio.
Tu mai puoi dubitare.
Perché tu hai capovolto 
i misteri. E i tuoi enigmi,
ciò che mai potrai capire,
sono le cose più chiare:
la sabbia dove ti stendi,
il battito del tuo orologio
e il tenero corpo rosato
che nel tuo specchio ritrovi
ogni giorno al risveglio,
ed è il tuo. I prodigi
che sono già decifrati.
E mai ti sei sbagliata,
solo una volta, una notte
che ti invaghisti di un'ombra
-l'unica che ti è piaciuta-.
Un'ombra pareva.
E volesti abbracciarla.
Ed ero io.


Un poema d'amore unico, completo e capillare, di settanta poesie senza titolo, tra le quali ho scelto la prima, come se fosse la prima pagina di un diario ideale, da sfogliare e analizzare, se si è in vena. E come in un diario, le poesie si concatenano l'una all'altra, seguendo un richiamo, una parola, un inciso, un approfondimento, una parentesi. E' questa, secondo me, la chiave di lettura: un'introspezione iconografica dell'amore. Salinas era un professore di lettere molto tranquillo, privo di demoni ed ossessioni, volendo, alla lunga, anche un po' noioso. Leggerlo a tratti, invece, è piuttosto piacevole. 
Il titolo proviene dalla terza Egloga di Garcilaso, poeta-soldato spagnolo del XVI secolo: "ma con la lingua morta e fredda nella bocca intendo muovere la voce a te dovuta".   


"Quando una poesia è scritta, è terminata: ma non finisce; comincia, cerca un'altra poesia in se stessa, nell'autore, nel lettore, nel silenzio."
Pedro Salinas y Serrano (Esp 1891-1951)

lunedì 13 maggio 2013

Poesie - Jorge Luis Borges


(Poesie 1923-1976 - BUR 2004)


"Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e assomiglia all'eternità.
I miei amici non hanno volto,
le donne sono quel che erano molti anni fa,
gli incroci delle strade potrebbero essere altri,
non ci sono lettere sulle pagine dei libri."

Ho comprato questo libro con le lacrime agli occhi dopo aver letto in copertina la parte centrale di Elogio all'ombra, in cui cecità e vecchiaia sono indistinguibili.
Poi, l'ho letto con calma, notando per prima cosa l'immensa cultura di Borges, che trasuda da ogni suo componimento. Ma davvero sorprendenti sono stati i mille simboli, le allusioni e le metafore di cui questo grandissimo poeta si circonda, disorientando il lettore. Ogni sua poesia sembra una scatola magica, o una matrioska; alla prima lettura si ha un'impressione, a leggerla meglio si scopre qualcosa in più, a rileggerla infine ci si chiede: ma ci sarà altro ancora? e finirà mai questa spirale di sensazioni? Come in certi album musicali: quei capolavori che sono tali perché ad ogni ascolto ci sorprendono con qualcosa che non avevamo mai notato.
Ecco, comunque, l'intera poesia:

ELOGIO DE LA SOMBRA

La vejez (tal es el nombre que los otros le dan) 

puede ser el tiempo de nuestra dicha. 
El animal ha muerto o casi ha muerto. 
Quedan el hombre y su alma. 
Vivo entre formas luminosas y vagas 
que no son aún la tiniebla. 
Buenos Aires, 
que antes se desgarraba en arrabales 
hacia la llanura incesante, 
ha vuelto a ser la Recoleta, el Retiro, 
las borrosas calles del Once 
y las precarias casas viejas 
que aún llamamos el Sur. 
Siempre en mi vida fueron demasiadas las cosas; 
Demócrito de Abdera se arrancó los ojos para pensar; 
el tiempo ha sido mi Demócrito. 
Esta penumbra es lenta y no duele; 
fluye por un manso declive 
y se parece a la eternidad. 
Mis amigos no tienen cara, 
las mujeres son lo que fueron hace ya tantos años, 
las esquinas pueden ser otras, 
no hay letras en las páginas de los libros. 
Todo esto debería atemorizarme, 
pero es una dulzura, un regreso. 
De las generaciones de los textos que hay en la tierra 
sólo habré leído unos pocos, 
los que sigo leyendo en la memoria, 
leyendo y transformando. 
Del Sur, del Este, del Oeste, del Norte, 
convergen los caminos que me han traído 
a mi secreto centro. 
Esos caminos fueron ecos y pasos, 
mujeres, hombres, agonías, resurrecciones, 
días y noches, 
entresueños y sueños, 
cada ínfimo instante del ayer 
y de los ayeres del mundo, 
la firme espada del danés y la luna del persa, 
los actos de los muertos, 
el compartido amor, las palabras, 
Emerson y la nieve y tantas cosas. 
Ahora puedo olvidarlas. Llego a mi centro, 
a mi álgebra y mi clave, 
a mi espejo. 
Pronto sabré quién soy.

ELOGIO DELL'OMBRA
La vecchiaia (è questo il nome che gli altri le danno)
può essere il tempo della nostra felicità.
L'animale è morto o è quasi morto.
Rimangono l'uomo e la sua anima.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che non sono ancora le tenebre.
Buenos Aires,
che prima si lacerava in suburbi
verso la pianura incessante,
è diventata di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le sfocate case dell'Once
e le precarie e vecchie case
che chiamiamo ancora il Sur.
Nella mia vita sono sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;

il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e assomiglia all'eternità.
I miei amici non hanno volto,

le donne sono quel che erano molti anni fa,
gli incroci delle strade potrebbero essere altri,
non ci sono lettere sulle pagine dei libri.
Tutto questo dovrebbe intimorirmi,
ma è una dolcezza, un ritorno.
Delle generazioni di testi che ci sono sulla terra
ne avrò letti solo alcuni,
quelli che continuo a leggere nella memoria,
a leggere e a trasformare.
Dal Sud, dall'Est, dall'Ovest, dal Nord,
convergono i cammini che mi hanno portato
nel mio segreto centro.
Quei cammini furono echi e passi,
donne, uomini, agonie, resurrezioni,
giorni e notti,
dormiveglia e sogni,
ogni infimo istante dello ieri
e di tutti gli ieri del mondo,
la ferma spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti, il condiviso amore, le parole,
Emerson e la neve e tante cose.
Adesso posso dimenticarle. Arrivo al mio centro,
alla mia algebra, alla mia chiave,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.






Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo, noto come Jorge Luis Borges 
Buenos Aires 1899 - Ginevra 1986

venerdì 26 aprile 2013

Un giorno di gloria per Miss Pettigrew - Winifred Watson


(Miss Pettigrew Lives for a Day - 1938)

"Non si trucca...!" ripeté scandalizzata Miss Dubarry. "E perché? E' indecente andarsene in giro nuda"... Miss Pettigrew la guardò con espressione vacua. Aveva la mente in subbuglio, i pensieri presi in un vortice, un tumulto interiore che le dava il capogiro. Già, perché? Tutti quegli anni, e mai una volta l'eccitante brivido d'incipriarsi il naso. Altre l'avevano provato, ma non lei. Tutto perché le mancava il coraggio; tutto perché non aveva mai pensato con la sua testa. La cipria, tuonava  il curato suo padre, è la strada per l'inferno. Il rossetto, sussurrava sua madre, è il primo passo verso la dannazione. Il belletto per le guance, la fulminava suo padre, è la lusinga delle sgualdrine. La matita per gli occhi, sospirava sua madre, una vera signora non la usa mai...!

Se tu leggi quanto me, sai bene il piacere perverso che si prova ad accantonare ogni tanto i  capolavori della letteratura per dedicarsi a qualcosa di più leggero, solo per il gusto di lasciarsi scivolare addosso una storia senza pensarci troppo: salvo poi incozzare in un capolavoro di altro genere. Miss Pettigrew è la classica, scialba zitella inglese. Ma, per una serie di equivoci esilaranti, si ritrova a vivere una giornata intensissima di avvenimenti che stravolgono tutto il suo essere. La conclusione forse non è delle più esaltanti, ma ormai l'argine è sfondato, e chissà l'indomani che succederà! Questo romanzo è velocissimo da leggere, superiore ad ogni aspettativa e divertente. Quando fu pubblicato nel 1938 ebbe un'accoglienza trionfale; successo replicato nel 2000 con la sua ripubblicazione da parte della sofisticata casa editrice inglese Persephone.  Inutile dire quanto mi sia piaciuto: ho ancora davanti agli occhi miss Ginevra Pettigrew con le fattezze e l'eleganza di Dafne di "A qualcuno piace caldo".   

venerdì 5 aprile 2013

Poesie - Lawrence Ferlinghetti


(Poesie -1997)

Populist Manifesto for Poets, with Love

Poets, come out of your closets, 
Open your windows, open your doors, 
You have been holed-up too long 
in your closed worlds.
Come down, come down
from your Russian Hills and Telegraph Hills, 
your Beacon Hills and your Chapel Hills,
your Mount Analogues and Montparnasses, 
down from your foothills and mountains, 
out of your teepees and domes. 
The trees are still falling
and we’ll to the woods no more. 
No time now for sitting in them 
As man burns down his own house 
to roast his pig
No more chanting Hare Krishna 
while Rome burns.
San Francisco’s burning, 
Mayakovsky’s Moscow’s burning 
the fossil-fuels of life. 
Night & the Horse approaches
eating light, heat & power, 
and the clouds have trousers. 
No time now for the artist to hide 
above, beyond, behind the scenes, 
indifferent, paring his fingernails, 
refining himself out of existence. 
No time now for our little literary games, 
no time now for our paranoias & hypochondrias, 
no time now for fear & loathing, 
time now only for light & love. 
We have seen the best minds of our generation 
destroyed by boredom at poetry readings. 
Poetry isn’t a secret society, 
It isn’t a temple either. 
Secret words & chants won’t do any longer. 
The hour of oming is over, 
the time of keening come, 
a time for keening & rejoicing 
over the coming end
of industrial civilization 
which is bad for earth & Man. 
Time now to face outward 
in the full lotus position 
with eyes wide open, 
Time now to open your mouths 
with a new open speech, 
time now to communicate with all sentient beings, 
All you ‘Poets of the Cities’ 
hung in museums including myself,
All you poet’s poets writing poetry 
about poetry, 
All you poetry workshop poets 
in the boondock heart of America, 
All you housebroken Ezra Pounds, 
All you far-out freaked-out cut-up poets, 
All you pre-stressed Concrete poets, 
All you cunnilingual poets, 
All you pay-toilet poets groaning with graffiti, 
All you A-train swingers who never swing on birches, 
All you masters of the sawmill haiku in the Siberias of America, 
All you eyeless unrealists, 
All you self-occulting supersurrealists, 
All you bedroom visionaries and closet agitpropagators, 
All you Groucho Marxist poets 
and leisure-class Comrades 
who lie around all day and talk about the workingclass proletariat, 
All you Catholic anarchists of poetry, 
All you Black Mountaineers of poetry, 
All you Boston Brahims and Bolinas bucolics, 
All you den mothers of poetry, 
All you zen brothers of poetry, 
All you suicide lovers of poetry, 
All you hairy professors of poesie, 
All you poetry reviewers 
drinking the blood of the poet, 
All you Poetry Police -
Where are Whitman’s wild children, 
where the great voices speaking out 
with a sense of sweetness and sublimity, 
where the great’new vision, 
the great world-view, 
the high prophetic song 
of the immense earth 
and all that sings in it 
And our relations to it -
Poets, descend 
to the street of the world once more 
And open your minds & eyes 
with the old visual delight,
Clear your throat and speak up, 
Poetry is dead, long live poetry 
with terrible eyes and buffalo strength. 
Don’t wait for the Revolution 
or it’ll happen without you, 
Stop mumbling and speak out 
with a new wide-open poetry 
with a new commonsensual ‘public surface’ 
with other subjective levels 
or other subversive levels, 
a tuning fork in the inner ear 
to strike below the surface. 
Of your own sweet Self still sing 
yet utter ‘the word en-masse -
Poetry the common carrier 
for the transportation of the public 
to higher places
than other wheels can carry it. 
Poetry still falls from the skies 
into our streets still open. 
They haven’t put up the barricades, yet, 
the streets still alive with faces, 
lovely men & women still walking there, 
still lovely creatures everywhere, 
in the eyes of all the secret of all 
still buried there, 
Whitman’s wild children still sleeping there, 
Awake and walk in the open air. 


Manifesto populista. Per i Poeti, con Amore - Lawrence Ferlinghetti


Poeti, uscite dai vostri studi,
aprite le vostre finestre, aprite le vostre porte,
siete stati ritirati troppo a lungo
nei vostri mondi chiusi.
Scendete, scendete
Dalle vostre Russian Hills e dalle vostre Telegraph Hills,
Dalle vostre Beacon Hills e dalle vostre Chapel Hills,
dalle vostre Brooklyn Heights e dai Montparnasse,
giù dalle vostre basse colline e dalle montagne,
fuori dalle vostre tende e dai vostri palazzi.
Gli alberi stanno ancora cadendo
E non andremo più nei boschi.
Non è il momento ora di sedersi tra loro
quando l’uomo incendia la propria casa
per arrostire il maiale.
Non si canta più Hare Krishna 
mentre Roma brucia.
San Francisco sta bruciando
La Mosca di Majakowskij sta bruciando
I combustibili fossili della vita.
La notte & il cavallo si avvicinano
Mangiando luce, calore & forza
E le nuvole hanno i calzoni.
Non è il momento ora di nascondersi per l’artista
sopra, oltre, dietro le scene,
indifferente, tagliandosi le unghie,
purificandosi fuori dall’esistenza.
Non è il momento ora per i nostri piccoli giochi letterari,
Non è il momento ora per le nostre paranoie & ipocondrie,
non è il momento ora per la paura & il disgusto,
è il momento solo per la luce e per l’amore.
Abbiamo visto le migliori menti della nostra generazione
Distrutte dalla noia ai reading di poesia.
La poesia non è una società segreta,
né un tempio.
Le parole & i canti segreti non servono più.
L’ora di emettere l’OM è passata,
viene l’ora di cantare un lamento funebre,
un momento per cantare un lamento funebre & per gioire
sulla fine in arrivo
della civiltà industriale
che è nociva per la terra & per l’Uomo.
Il momento ora di esporsi
nella completa posizione del loto
con gli occhi bene aperti,
il momento ora di aprire le nostre bocche
in un nuovo discorso aperto,
il momento ora di comunicare con tutti gli esseri coscienti,
tutti voi, “Poeti delle Città”
appesi nei musei, includendo me stesso,
tutti voi poeti del poeta che scrive la poesia
sulla poesia
tutti voi poeti di poesia da laboratorio
nel cuore- giungla d’America
tutti voi addomesticati Ezra Pound, 
tutti voi poeti pazzi, sballati, malconci,
tutti voi poeti della Poesia Concreta pre-compressa,
tutti voi poeti cunnilingui,
tutti voi poeti da gabinetto a pagamento che vi lamentate con graffiti,
tutti voi ritmatori da metropolitana che non ritmate mai sulle betulle,
tutti voi padroni delle segherie haiku 
nelle Siberie d’America,
tutti voi non realisti senza occhi,
tutti voi supersurrealisti autonascosti,
tutti voi visionari da camera da letto,
ed agitprop da gabinetto,
tutti voi poeti alla Groucho Marxista 
e Compagni di ozio di classe
che restano inattivi tutto il giorno
e che parlano del lavoro di classe del proletariato,
tutti voi anarchici Cattolici della poesia,
tutti voi Neri Montanari della poesia,
tutti voi Bramini di Boston e bucolici di Bolinas,
tutti voi baby-sitters della poesia,
tutti voi fratelli zen della poesia,
tutti voi amanti suicidi della poesia,
tutti voi capelluti professori della poesia,
tutti voi critici di poesia
che bevete il sangue dei poeti,
tutti voi Poliziotti della Poesia-
Dove sono i figli di Whitman,
dov’è la grande voce che parla ad alta voce
con un senso di dolcezza & di sublimità,
dov’è la nuova grande visione,
la grande visione del mondo,
l’alta canzone profetica
dell’immensa terra
e tutto ciò che canta in essa
e il nostro rapporto con essa-
Poeti, scendete
Nelle strade del mondo ancora una volta
E aprite le menti & gli occhi
Con la vecchia delizia visuale,
schiarite la gola e parlate più forte,
la poesia è morta, lunga vita alla poesia
con occhi terribili e forza di bufalo.
Non aspettate la rivoluzione
o succederà senza di voi.
Smettete di mormorare e parlate ad alta voce
con una nuova poesia gridata
con una nuova comune-sensuale “comprensione-pubblica”
con altri livelli soggettivi
od altri livelli sovversivi,
un diapason nell’orecchio interno
per colpire sotto la superficie.
Del vostro dolce Io che ancora cantate
Ancora esprimete “la parola en-masse”-
Poesia il veicolo comune
per il trasporto pubblico
verso luoghi più alti
di altre ruote che possono portarla.
Poesia che ancora cade dai cieli
dentro le nostre strade ancora aperte.
Loro non hanno ancora innalzato barricate,
le strade animate ancora con visi,
uomini & donne attraenti camminano ancora qui,
dovunque ancora attraenti creature,
negli occhi di tutti il segreto di tutti
qui ancora sepolto,
i selvaggi figli di Whitman qui ancora dormono,
si svegliano e camminano nell'aria aperta. 


(Lawrence Ferlinghetti - Usa 1919)

Ispirato da Whitman, Majakovskij e Blake, Ferlinghetti contesta la società borghese usando i mezzi tipici della Beat Generation: la vita vagabonda senza radici, il ricorso all'alcool e alle droghe, il misticismo orientaleggiante; ma in tutta la sua opera non manca mai quel velo di tenerezza che me lo rende molto caro. Molte delle sue poesie sono destinate ad essere recitate con l'accompagnamento di musica jazz.

"Perché sono un distillatore 
di poesia.
Sono una banca del canto.
Sono una pianola
in un casino abbandonato
sulla riva del mare
in una fitta nebbia
e ancora suono".